lunedì 20 gennaio 2014



da L'esattezza dell'anima

Il bianco delle lenzuola ondulava docilmente dietro l’invito del vento e Maria tirava fuori da un grande cesto asciugamani e panni bagnati. Dalla terrazza era possibile contemplare il perpetuo scorrere del Tevere, increspato e severo. Le strade erano inondate dalla quiete domenicale e quell’assorto silenzio le rendeva pronte a raccogliere il Bach di Tiziano, quel preludio n. 10 in mi minore che si affacciava rigoroso dalle finestre di via Giulia, per poi fuggire lontano, fra le pieghe di quella domenica di inizio giugno.
Maria ancheggiava goffamente fra la cesta e i fili, seguendo mentalmente un motivetto segreto, diverso dal Bach che proveniva dal piano inferiore. Quella domenica era felice: Tiziano aveva acconsentito a farla cucinare a casa sua e lei lo avrebbe ricompensato con un’abbuffata di carciofi alla romana e ottimi saltimbocca.
«Perché lui sembra sempre così bravo, ma lo so che da solo non sa fare niente – disse a Giulia, che le porgeva una molletta – si prepara qualche frittata, oppure mangia un frutto. Lo vedi com’è dimagrito? Gli ho detto cento volte: ti porto qualcosa? Passi tu da me? O a limite ti sposi!».
Proseguì l’esposizione dei difetti di Tiziano, della sua distrazione, del suo carattere solitario. Maria aveva ereditato il ruolo di mamma anche nella peculiare attitudine di critiche continue ed affettuose al proprio figlio. Tiziano le aveva detto che qualche volta avrebbe dovuto cucinare per suo figlio: le aveva detto proprio così, senza spiegazioni o altre parole. Al telefono Tiziano era stato molto breve: le aveva detto che le avrebbe spiegato meglio dopo e non le aveva dato il tempo di fargli domande, come sempre. Maria era rimasta con la cornetta in mano per alcuni minuti. Aveva subito capito che il ragazzo a cui Tiziano si riferiva era quello che lei aveva visto alcuni giorni prima. Ma avrebbe voluto sapere da dove spuntava: i figli non nascono già grandi. E poi, chi era la madre? Dove stava? Tiziano le diceva sempre che lei sapeva far parlare anche i morti, ma i suoi silenzi erano inaccessibili. A quei silenzi corrispondeva una camminata: dinoccolata e sfrontata, quasi in provocazione verso il mondo. Maria ricordò quante volte l’aveva osservata in passato, quando Tiziano le voltava le spalle, insofferente verso le sue attenzioni materne. Lo aveva visto centinaia di volte scendere le scale così, lasciando insolute le domande che lei gli poneva. Tiziano torni per cena? Fai tardi stasera?Perché non ti porti un giubbotto? Lui, allora, camminava così, voltandole le spalle.
Giulia fece svolazzare il proprio sguardo sopra i tetti delle altre case, immaginandosi la vita che dentro vi scorreva; l’immensità di Roma le dava le vertigini e toglieva consistenza ai propri problemi personali. Tante vite, unite dallo stesso cielo e dagli stessi tramonti. Dal piano di sotto continuava a provenire quella matematica delle emozioni, quell’armonia che nulla aveva in comune col mondo degli uomini che le si presentava davanti. Amava Bach.

Se Mozart era la fantasia del divino e la gioia leggiadra della vita che si perpetua, Bach era il rigore della Legge che governa il Tutto, che lo rende cosmo e non caos. Si domandò perché il Novecento, in ogni sua forma, da quella artistica a quella filosofica e scientifica, avesse avuto un matto terrore dell’Ordine. Cosa c’è in quella simmetria perfetta e senza sbavature da spingere lontano e da causare un furore distruttivo? Ripensò al proprio iter filosofico: lo scetticismo non l’aveva mai visto come una scelta, ma come una necessità. Non le era mai riuscito di credere in un Dio, di provare l’intimo dialogo di una preghiera o la certezza del teologo; e così le era sembrato eroico aderire all’autosufficienza della ragione, divenire misura di se stessa e provvedere a sgomberare il mondo da qualsiasi finalità. Adesso si domandava perché mai tutta la sua epoca avesse fatto questo. Mentre Bach le sfiorava i sensi, si domandava che significato potesse mai avere un mondo in cui nulla ha senso. Lei alla fine aveva praticato un disincanto preventivo, era come il non innamorarsi. Anche questo prima le sembrava una scelta coraggiosa: sarebbe stato facile, pensava, appoggiare il peso della propria esistenza su un’altra persona, condividere la propria solitudine, invece di affrontarla. Invece, per tutta la vita aveva solo temuto che le potesse capitare ciò che adesso stava vivendo: essere scardinata dalla verità di un’altra persona, essere costantemente ridestata dal proprio torpore. 

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