da L'esattezza dell'anima
Il bianco delle lenzuola ondulava docilmente dietro
l’invito del vento e Maria tirava fuori da un grande cesto asciugamani e panni
bagnati. Dalla terrazza era possibile contemplare il perpetuo scorrere del
Tevere, increspato e severo. Le strade erano inondate dalla quiete domenicale e
quell’assorto silenzio le rendeva pronte a raccogliere il Bach di Tiziano, quel
preludio n. 10 in mi minore che si affacciava rigoroso
dalle finestre di via Giulia, per poi fuggire lontano, fra le pieghe di quella
domenica di inizio giugno.
Maria ancheggiava goffamente fra la cesta e i fili,
seguendo mentalmente un motivetto segreto, diverso dal Bach che proveniva dal
piano inferiore. Quella domenica era felice: Tiziano aveva acconsentito a farla
cucinare a casa sua e lei lo avrebbe ricompensato con un’abbuffata di carciofi
alla romana e ottimi saltimbocca.
«Perché lui sembra sempre così bravo, ma lo so che da
solo non sa fare niente – disse a Giulia, che le porgeva una molletta – si
prepara qualche frittata, oppure mangia un frutto. Lo vedi com’è dimagrito? Gli
ho detto cento volte: ti porto qualcosa? Passi tu da me? O a limite ti sposi!».
Proseguì l’esposizione dei difetti di Tiziano, della
sua distrazione, del suo carattere solitario. Maria aveva ereditato il ruolo di
mamma anche nella peculiare attitudine di critiche continue ed affettuose al
proprio figlio. Tiziano le aveva detto che qualche volta avrebbe dovuto
cucinare per suo figlio: le aveva detto proprio così, senza spiegazioni o altre
parole. Al telefono Tiziano era stato molto breve: le aveva detto che le
avrebbe spiegato meglio dopo e non le aveva dato il tempo di fargli domande,
come sempre. Maria era rimasta con la cornetta in mano per alcuni minuti. Aveva
subito capito che il ragazzo a cui Tiziano si riferiva era quello che lei aveva
visto alcuni giorni prima. Ma avrebbe voluto sapere da dove spuntava: i figli
non nascono già grandi. E poi, chi era la madre? Dove stava? Tiziano le diceva
sempre che lei sapeva far parlare anche i morti, ma i suoi silenzi erano
inaccessibili. A quei silenzi corrispondeva una camminata: dinoccolata e
sfrontata, quasi in provocazione verso il mondo. Maria ricordò quante volte
l’aveva osservata in passato, quando Tiziano le voltava le spalle, insofferente
verso le sue attenzioni materne. Lo aveva visto centinaia di volte scendere le
scale così, lasciando insolute le domande che lei gli poneva. Tiziano torni
per cena? Fai tardi stasera?Perché non ti porti un giubbotto? Lui, allora,
camminava così, voltandole le spalle.
Giulia fece svolazzare il proprio sguardo sopra i
tetti delle altre case, immaginandosi la vita che dentro vi scorreva;
l’immensità di Roma le dava le vertigini e toglieva consistenza ai propri
problemi personali. Tante vite, unite dallo stesso cielo e dagli stessi
tramonti. Dal piano di sotto continuava a provenire quella matematica delle
emozioni, quell’armonia che nulla aveva in comune col mondo degli uomini che le
si presentava davanti. Amava Bach.
Se Mozart era la fantasia del divino e la gioia
leggiadra della vita che si perpetua, Bach era il rigore della Legge che
governa il Tutto, che lo rende cosmo e non caos. Si domandò perché il
Novecento, in ogni sua forma, da quella artistica a quella filosofica e
scientifica, avesse avuto un matto terrore dell’Ordine. Cosa c’è in quella
simmetria perfetta e senza sbavature da spingere lontano e da causare un furore
distruttivo? Ripensò al proprio iter filosofico: lo scetticismo non l’aveva mai
visto come una scelta, ma come una necessità. Non le era mai riuscito di
credere in un Dio, di provare l’intimo dialogo di una preghiera o la certezza
del teologo; e così le era sembrato eroico aderire all’autosufficienza della
ragione, divenire misura di se stessa e provvedere a sgomberare il mondo da
qualsiasi finalità. Adesso si domandava perché mai tutta la sua epoca avesse
fatto questo. Mentre Bach le sfiorava i sensi, si domandava che significato
potesse mai avere un mondo in cui nulla ha senso. Lei alla fine aveva praticato
un disincanto preventivo, era come il non innamorarsi. Anche questo prima le sembrava
una scelta coraggiosa: sarebbe stato facile, pensava, appoggiare il peso della
propria esistenza su un’altra persona, condividere la propria solitudine,
invece di affrontarla. Invece, per tutta la vita aveva solo temuto che le
potesse capitare ciò che adesso stava vivendo: essere scardinata dalla verità
di un’altra persona, essere costantemente ridestata dal proprio torpore.
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