MILAN KUNDERA: Riflessioni sul romanzo
Nell’ambito
della riflessione della letteratura su se stessa, gli esempi di “decime
epistemologiche” sono numerosi: dal celeberrimo saggio sull’umorismo di Luigi
Pirandello alle Lezioni americane di Calvino, dalle riflessioni di
Marcel Proust sulla lettura ai saggi critici di Borges. Si è scelto qui un
autore contemporaneo, vivente, per cogliere l’attuale riflessione dei
romanzieri sulla propria arte, per voce di uno scrittore che, come si suol
dire, non ha bisogno di presentazioni. Milan Kundera è uno dei romanzieri
contemporanei più famosi e tradotti: ha scritto parte dei suoi romanzi in ceco
(egli infatti è nato a Brno, in Boemia, nel 1929) e parte in francese. Egli si
è rifugiato in Francia in seguito al fallimento della Primavera di Praga, a cui
egli partecipò attivamente pagando con il licenziamento dall’Università; nel
1970 le sue opere furono bandite in patria e in tutti i paesi controllati
dall’Unione Sovietica, e da quel momento egli pubblicò in Francia, utilizzando
comunque la sua lingua natia. In seguito alla pubblicazione, nel 1979 de Il
libro del riso e dell’oblio, egli venne privato della cittadinanza
cecoslovacca e due anni dopo divenne cittadino francese. Fra i suoi romanzi ricordiamo
Lo scherzo, Amori ridicoli, La vita è altrove, Il
valzer degli addii, e quello a cui è legato maggiormente il suo nome: L’insostenibile
leggerezza dell’essere. Meno nota, sebbene anch’essa sia un’attività
costante legata al suo insegnamento universitario nelle università prima di
Praga e in seguito di Parigi e di Rennes, è la sua riflessione sulla
letteratura, che si snoda attraverso i saggi L’arte del romanzo (1986), I
testamenti traditi (1993), Il sipario (2004), Un incontro
(2009). Le due attività presentano un affascinante parallelismo, tanto che
quando ho sintetizzato in alcuni termini chiavi i temi portanti dell’attività
di saggista di Kundera, mi sono sorpresa a scoprire che venivano fuori i
termini contenuti nei titoli dei suoi romanzi: scherzo, oblio , riso, leggerezza,
identità, lentezza, immortalità.
La domanda che
pone Kundera all’interno di queste riflessioni sulla decima epistemologica è
quella che formula circa l’essenza del romanzo. Che cos’è il romanzo? Questa
domanda per Kundera equivale sorprendentemente a un’altra domanda: “Che cos’è
l’Europa?”. Analogamente ad Husserl che aveva considerato l’Europa in primis
non uno spazio geografico o geopolitico, ma un’idea germinata dalla filosofia,
Kundera parla degli europei come figli del romanzo, per i motivi che scopriremo
alla fine di questa relazione.
Poiché una
delle caratteristiche precipue del’europeo, scrive Kundera, è la sua
imprescindibile coscienza storica, chiedere del romanzo è un interrogativo che
conduce al’origine del romanzo: «Un sipario magico, intessuto di leggende,
era sospeso davanti al mondo. Cervantes mandò Don Chisciotte in viaggio e strappò quel sipario. I mondo si aprì davanti
al cavaliere errante in tutta la comica nudità della sua prosa»[1].
La parola prosa
non a caso, dice Kundera, non indica soltanto un linguaggio non in versi; ma
indica anche il carattere concreto, quotidiano della vita. Il romanzo si
affranca dalla teatralità, facendo agire i personaggi in un ambito quotidiano.
Fu Flaubert a fare una scoperta non stilistica, ma ontologica: quella della «struttura dell’attimo presente, la
scoperta di quella perpetua coesistenza di banale e di drammatico che è alla
base delle nostre vite. L’aspirazione a cogliere la concretezza del presente è
una di quelle che caratterizzeranno costantemente l’evoluzione del romanzo da
Flaubert in poi»[2].
Che il romanzo
sia l’arte della prosa, quindi, non indica solo una questione stilistica, ma il
senso peculiare di quest’arte di svelare con ‘arma che gli è più propria (lo humour)
l’anima delle cose. A Omero, nota Kundera, non viene mai in mente di chiedersi
se, dopo la battaglia, Achille o Aiace abbiano tutti i denti. Per Don
Chisciotte e Sancio, invece, i denti sono un’ossessione: fanno male, mancano.
Il romanzo, secondo Kundera, nasce in parto gemellare con le opere di Cervantes
e di Rabelais, entrambe sotto la stella dello humour che, scrive
Kundera, è «ben diverso dal riso, dalla beffa, dalla satira»[3]. Lo
humour, di cui l’Ariosto ebbe un presentimento, esplode con Cervantes e
Rabelais e da quel momento rimane la cifra del romanzo, il quid che «rende ambiguo tutto ciò che tocca», il «lampo
divino che rivela tutta l’ambiguità morale del mondo e la profonda incompetenza
dell’uomo a giudicare gli altri – lo humour, l’euforia che nasce dal conoscere
la relatività delle umane cose, il bizzarro piacere che deriva dalla certezza
che non ci sono più certezze»[4].
Vedremo alla
fine, quindi, perché l’Europa «società del romanzo», è legata a filo stretto a
questo riso dissacrante e antidogmatico e il pericolo che essa corre – pericolo
assolutamente tangibile per Kundera – di vedere tramontare il riso di Rabelais:
«Quando penso al giorno in cui Panurge
non farà più ridere, mi si stringe il cuore»[5].
Scrive Kundera. L’arte del romanzo è quella di andare oltre il sipario: se a
teatro aspettiamo che si apra il sipario per assistere ad una storia, quando
leggiamo un romanzo è come se con irriverenza strappassimo quel sipario, per
vedere non una messa in scena della vita, ma il fluire della vita medesima. «Simile a una donna che si trucca per poi
affrettarsi verso il suo primo appuntamento, il mondo, allorché al momento
della nostra nascita ci corre incontro, è già truccato, camuffato, preinterpretato»[6].
Cervantes,
strappando il sipario della preinterpretazione, ha inaugurato una nuova arte,
che ha quindi un forte valore gnoseologico. Kundera cita Hermann Broch, che
diceva che la sola morale del romanzo è la conoscenza; un romanzo che non
scopra alcuna porzione sino allora sconosciuta dell’esistenza è immorale. La
posizione di Kundera è netta: la finalità del romanzo non è ludica, né
tantomeno pedagogica o psicologica, bensì conoscitiva. Il romanzo non è un
genere letterario, ma un’arte a se stante e in quanto tale ha una porta
esclusiva di accesso al mondo. Questa porta di accesso (lo strappo del sipario,
ossia il dovere di andare oltre le preinterpretazioni del mondo che ideologie,
filosofie, religioni, morali hanno confezionato) è ciò che Flaubert chiamava
“andare all’anima delle cose”. Il ruolo gnoseologico del romanzo, prima
mascherato dall’analisi psicologica dell’io narrante o dalla descrizione
dettagliata dell’epoca storica in cui il romanzo era ambientato, è emerso in
tutta la sua portata nel Novecento, in quelli che Kundera chiama «i romanzi che
pensano»[7]. I più
grandi esponenti del romanzo gnoseologico sono Kafka, Broch, Céline, Musil e,
in maniera differente perché ancora legato al romanzo descrittivo, Mann.
L’Uomo senza
qualità è definito da Kundera «un’incomparabile enciclopedia esistenziale
di tutto il suo secolo». Pur non essendo un romanzo storico – in esso il nome
di Vienna (luogo in cui la storia si svolge) è pronunciato solo due o tre
volte, né vi sono descrizioni topografiche della città. Chiama l’impero
Asburgico Kakania, parla di “manifestazioni” o di “Azione parallela”
senza rispondere all’imperativo del romanzo naturalista o storico, di
documentare ciò che narra, di contestualizzarlo. Ciò accade perché, secondo
Kundera, «la storia, infatti, con i suoi
rivolgimenti, le sue guerre, le sue rivoluzioni e controrivoluzioni, le sue
umiliazioni nazionali, non interessa il romanziere di per sé, in quanto oggetto
da descrivere, denunciare, interpretare; il romanziere non è il lacchè degli
storici; la Storia
lo affascina perché è come un riflettore che ruota intorno all’esistenza umana
e getta luce su di essa, sulle inattese possibilità che, nelle epoche di pace,
allorché la Storia
è immobile, non si realizzano, ma restano immobili e sconosciute»[8].
Musil
considerava gli avvenimenti storici vertauschbar (interscambiabili): «Le date delle guerre, i nomi dei vincitori
e dei vinti, le diverse iniziative politiche sono infatti il risultato di un
gioco di variazioni e permutazioni i cui limiti sono determinati da forze
profonde e segrete. Spesso, queste forze si manifestano in maniera assai più
rivelatrice in una variazione della Storia diversa da quella che, per caso, si
è realizzata»[9].
Strappando
il sipario della Storia, il romanziere si concentra sull’essenziale, su ciò che
solo il romanzo può dire. «L’arte moderna – scrive Kundera – è una
rivolta contro l’imitazione della realtà in nome delle leggi autonome
dell’arte»[10].
Contro Balzac che reputava che il romanzo
dovesse «far concorrenza allo stato civile», cioè per fare risultare vivi
i personaggi dare su di loro il maggior numero di informazioni (fisionomia,
data di nascita, nome dei genitori, timbro della voce, loro evoluzione, ecc..
ecc..), i romanzi gnoseologici si basano sul criterio dell’inverosimiglianza –
su cui poi ci soffermeremo – e i loro protagonisti (al pari del Jacques di
Diderot o del Panurge di Rabelais – non hanno spesso cognome e talvolta neanche
nome: Ulrich de L’Uomo senza qualità è sprovvisto di cognome, il
protagonista del Processo si chiama soltanto Josef K., quello del Castello
perderà addirittura anche il nome per limitarsi ad un’iniziale, i personaggi
stessi di Kundera, spesso hanno solo il nome di battesimo o vengono indicati
unicamente come “il quarantenne”, “la rossa”, “la madre”. Ciò corrisponde alla
nuova logica conoscitiva inaugurata dal romanzo. In tale nuova logica salta sia
l’io come identità, sia il tradizionale concetto di Storia. In che modo,
allora, il romanzo fa conoscere l’Io e fa conoscere la Storia ?
Riguardo il
problema dell’Io, il romanzo nasce già con un’affermazione perentoria,
con una ferita non più rimarginabile. Se la filosofia ha attraversato la
fiduciosa speranza del Cogito cartesiano, riproponendola poi in
molteplici variazioni che però sottintendono la fede dell’identità dell’uomo a
se stesso, il romanzo nasce già smaliziato attraverso il mirabolante Alonso
Quijada, gentiluomo di campagna che ha deciso di diventare cavaliere errante e
di chiamarsi Don Chisciotte della Mancia. «Come definire la sua identità? – si
chiede Kundera – Egli è colui che non è»[11]. Tutto,
in quel romanzo, è una sovversione della logica dell’identità: una bacinella
viene scambiata per elmo, quando il legittimo proprietario – il barbiere - reclama la sua identità di bacinella, un
gruppo di briganti, tramite voto segreto, riconosce, per “burla ontologica”,
che quello è effettivamente un elmo. Una prostituta è una dama e viene amata di
un amore puro e stilnovistico; ma in effetti Cervantes spiega forse che non ha
importanza chi sia Dulcinea, ha importanza solo l’Amore che sente Don
Chisciotte per lei; o che crede di sentire perché è un cavaliere e tutti i
cavalieri devono essere innamorati. Quindi Cervantes ci sta forse dicendo che
si può amare una donna senza conoscerla, addirittura rivestendola di una
identità immaginaria, continuando a credere a questa identità immaginaria
creata dal nostro bisogno anche quando la realtà ci fornisce mille prove contrarie.
Ma è questa una follia esclusiva al povero Chisciotte oppure questa è la
pratica “normale” dell’amore? E ancora: può la realtà decidere – diremmo con
gergo filosofico “verificare” – le nostre idee, speranze, passioni, idealità?
Ma quale realtà? Alla fine tutto il Don Chisciotte si risolve in un
frastornante gioco di specchi nel quale il concetto di realtà si riveste di
nebbia. Il romanzo ruota intorno alla domanda sull’identità dell’Io: «cos’è che definisce un io? Quello che fa,
le sue azioni? Ma l’azione sfugge al suo autore, rivoltandosi quasi sempre
contro di lui. La sua vita intima, allora: i pensieri, le emozioni segrete? Ma
un uomo è in grado di capire se stesso? I suoi pensieri segreti possono davvero
fornire la chiave della sua identità? Oppure ciò che definisce l’uomo è la sua
visione del mondo, le sue idee, la sua Weltanschauung?»[12].
Questa era la
convinzione di Dostoevskij: Kirillov è dominato dall’idea del suicidio, Ivan
Karamazov da quello della rivolta. Raskolnikov dal castigo, ecc… Dostoevskij
riduce l’identità umana al pensiero fondamentale che domina ogni uomo. È stato
Thomas Mann, secondo Kundera, a restituirci un’immagine più complessa
dell’uomo, mostrando che l’Io non pensa ma è spesso pensato da
«abitudini ancestrali, archetipi tramandati sotto forma di miti da una
generazione all’altra; e sono questi archetipi, dotati di una immensa forza di
attrazione, che dal fondo di quello che Mann definisce il “pozzo del passato”
continuano a governarci»[13] (cfr.
la saga di Giuseppe). In tal modo, l’Io dell’uomo non è circoscritto e
racchiuso entro i limiti del suo corpo: molti elementi della nostra identità
appartengono all’universo non solo esterno ma anche anteriore a noi. Non è più
così evidente la distinzione fra lo spirito individuale e quello generale
(potremmo dire con lessico hegeliano soggettivo e oggettivo). La stessa decisione
di Kundera romanziere di appellare spesso i suoi personaggi con epiteti, indica
questa appartenenza dell’individualità singolare ad un tipo. Ne Lo
scherzo, ad esempio, i quattro personaggi-narranti rappresentano un
universo comunista: Ludvík è il comunismo razionalista. Jaroslav è il comunismo
in quanto desiderio di restaurare il passato patriarcale preservato nel
folklore; Kostka l’utopia comunista che trova ispirazione nel Vangelo; Helena
il comunismo dei sentimenti. Questi universi vengono presentati da Kundera nel
loro disfacimento, nel momento della loro disillusione: quattro forme di
comunismo che sono quattro forme di fine storica di quattro avventure politiche
europee. È chiaro, allora, che la Storia
fa l’Io e l’Io diventi simbolo della Storia.
In che modo,
questa è l’altra domanda, il romanzo narra la
Storia ? Tre esempi paradigmatici ce li forniscono Musil, Mann
e Kafka.
L’Uomo
senza qualità è «un’incomparabile enciclopedia esistenziale di tutto il suo
secolo» perché al di là della Storia - o potremmo dire all’interno di essa – ha
svelato le caratteristiche dell’Uomo del ‘900. Nelle pagine in cui
Ulrich, protagonista de L’Uomo senza qualità, assiste ad una
manifestazione di piazza, Musil non ci dice per che cosa la gente manifestasse
(come avrebbero invece fatto Manzoni, Verga o Zola). È secondario, per i
romanzi che pensano, dirci i motivi per cui gli uomini scendono in piazza a
manifestare; è essenziale, invece, il fenomeno della manifestazione in sé, che
diverrà un’attività collettiva sintomatica del XX secolo. Ulrich, pieno di
stupore, guarda i manifestanti, i loro visi rivestiti di collera e si rende
conto che «qualche
passo più in là, dove la strada faceva un gomito, nel luogo dove la
manifestazione sembrava disperdersi dietro le quinte, la maggior parte di loro
si toglieva già il trucco; sarebbe stato assurdo continuare ad assumere un’aria
minacciosa in assenza di qualsiasi spettatore»[14].
I
manifestanti, quindi, non sono uomini in collera, ma attori della collera. Non
appena la rappresentazione è finita, essi hanno fretta di “togliersi il
trucco”. Il romanzo gnoseologico comprende e svela, in un’immagine
radiografica, scrive Kundera, ciò che i politologi capiranno dopo il tramonto
di tre regimi totalitari e milioni di morti: che la società del ‘900 è una
società dello spettacolo e che la politica diviene il luogo spettacolare per
antonomasia. Altri presagi della Storia del XX secolo si trovano in quel luogo
apparentemente fuori dalla Storia, che è il sanatorio de La montagna
incantata. Lo scontro tra Naphta e Settembrini è solo apparentemente uno
scontro ideologico; in realtà le loro idee sono solo un paravento irrazionale,
una maschera di un odio oscuro e indecifrabile.
«Questo magnifico romanzo di idee – scrive
Kundera – è in realtà una terribile messa in discussione delle idee in quanto
tali e un grande addio all’epoca che ha creduto alle idee e alla loro capacità
di orientare il mondo»[15].
Tuttavia, Mann rimane ancora legato per certi
versi ad un’idea tradizionale di romanzo, in cui esiste uno sfondo
minuziosamente tratteggiato e descritto, laddove in Musil tutto diventa tema e
«lo sfondo sparisce e come in un quadro cubista c’è soltanto il primo piano»[16]. Al
centro de L’Uomo senza qualità vi è è la cifra del romanzo: ossia il
riso dissacratore. La bomba comica piazzata sotto le fondamenta del romanzo è
che tutta l’azione del libro ruota intorno alla preparazione del giubileo
dell’Imperatore; le circa 2000 pagine del romanzo vedono impegnati i personaggi
nella preparazione di una Grande Festa della Pace che avrebbe dovuto tenersi
nel 1918. Celebrare la pace e celebrare la grandezza dell’Impero in un anno in
cui una guerra mondiale spazzò via per sempre l’ultimo impero occidentale. L’ottusità
dei personaggi dei romanzi – tanto quelli di Musil quanto quelli dello stesso
Kundera – è data dal modo di essere dell’uomo nella Storia, che Kundera
definisce «avanzare nella nebbia». Riprendendo l’insegnamento di Tolstoj,
Kundera spiega la “filosofia della storia” che sta alla base dei grandi romanzi
gnoseologici: Hans Castorp, Settembrini, Ulrich e Clarissa e, ancor di più i
kafkiani Josef K. e K. l’agrimensore, avanzano nella nebbia, non nel buio, ma
nella nebbia, nella quale si ha la libertà di muoversi, ma senza vedere a
distanza. L’ottusità dei personaggi, che crea il senso comico, è dato dal non
vedere, dall’essere attori di una Storia che spesso li utilizza come strumenti
inconsapevoli. I personaggi vivono e avanzano nella nebbia, i lettori no.
Quando l’uomo si
«volta
indietro a giudicare le generazioni passate, non vede nebbia sulla loro strada.
Dal suo presente, che era per loro un futuro lontano, la strada che essi hanno
davanti gli appare perfettamente sgombra, visibile dal principio alla fine.
Voltandosi indietro l’uomo vede la strada, vede le genti avanzare, vede i loro
errori, ma la nebbia è scomparsa»[17].
Non è fuori
luogo nominare la nottola di Minerva di hegeliana memoria, perché Hegel – e
soprattutto la sua Estetica – è molto presente nelle pagine di Kundera e
ritornerà più avanti in questa relazione. Tuttavia, Kundera non crede affatto
che alla ragione che comprende la Storia
corrisponda una Ragione che si dispiega nella Storia, tutt’altro. Nel romanzo Lo
scherzo, che costituisce non solo un atto d’accusa contro lo stalinismo ma
anche e soprattutto un atto di accusa contro la volontà di trovare una finalità
nella Storia, Kundera scrive: «Ma
allora chi aveva sbagliato? La storia stessa? Quella divina, quella razionale?
Ma perché, in fondo, considerarli suoi errori? Appare così solo alla mia
ragione umana, ma se la storia ha realmente una ragione, perché mai dovrebbe
essere una ragione che si preoccupa della comprensione umana, una ragione con
la serietà di un professore? E se la storia scherzasse? E in quel momento mi
resi conto di quanto fosse impotente il mio desiderio di revocare il mio
scherzo, quando io stesso e tutta la mia vita eravamo compresi in uno scherzo
molto più vasto (per me senza fine) assolutamente irrevocabile»[18].
Abbiamo avuto
modo di constatare cos’è il valore gnoseologico che Kundera assegna al romanzo:
ciò non comporta una identità tra filosofia e letteratura? La risposta di
Kundera è priva di dubbi ed è assolutamente negativa. Riprendendo la Crisi delle scienze europee di Husserl,
Kundera fa propria l’analisi del fenomenologo, però aggiunge una postilla: se
le radici della crisi dei tempi moderni è rintracciabile in Galileo e
Descartes, nell’oblio del Lebenswelt,
è altrettanto vero che il fondatore del mondo moderno non è solo Cartesio, ma
anche Cervantes: «se è vero che la filosofia e le scienza
hanno dimenticato l’essere dell’uomo, è tanto più evidente che con Cervantes ha
preso forma una grande arte europea che altro non è se non l’esplorazione di
questo essere dimenticato. In effetti – continua Kundera – tutti i grandi temi
esistenziali che Heidegger analizza in Essere
e tempo, giudicandoli trascurati da tutta la filosofia europea anteriore,
sono stati svelati, mostrati, illuminati da quattro secoli di romanzo»[19].
Il
romanzo è pervaso dalla stessa “passione del conoscere” che Husserl considera
l’essenza spirituale europea, ma non ha mai abbandonato il mondo della vita,
anzi, è divenuto il canto di quel mondo. La filosofia, dice Kundera, «elabora il suo pensiero in uno spazio
astratto, senza personaggi e senza situazioni»[20],
il romanzo invece «non abbandona mai il cerchio magico della vita dei
personaggi»[21].
La riflessione del romanzo non è un derivato delle correnti filosofiche e
teoriche; la logica del romanzo è autonoma ed è errato considerare i romanzieri
come filosofi. Basta leggere i saggi di Musil, scrive Kundera, per avere la
prova di quanto siano pesanti e noiosi. Musil è un gran pensatore solo nei suoi
romanzi. Analogamente, le riflessioni di Mann o di Proust sarebbero molto
banali e povere se non facessero da accompagnamento al mondo fittizio da loro
creato. Il pensiero espresso nelle loro pagine è un pensiero romanzesco,
che ha altre caratteristiche rispetto al pensiero filosofico. Il pensiero
romanzesco ha come prima caratteristica di non appartenere alla dimensione
dell’etica. Rabelais ci ha insegnato che il romanzo è «il territorio in cui è
sospeso ogni giudizio morale»[22].
L’unica morale del romanzo è la sospensione del giudizio morale in virtù della
comprensione, e in ciò esso costituisce un’oasi per un’epoca che, come vedremo,
processa tutto e tutti. Chi condanna Emma Bovary perché è un’adultera o lo
straniero di Camus perché è un assassino è irrimediabilmente fuori dal pensiero
del romanzo.
«I personaggi romanzeschi non chiedono di
essere ammirati per le loro virtù, chiedono di essere compresi, il che è
completamente diverso»[23]. La ragion
d’essere dell’arte del romanzo è la comprensione. Attraverso quale facoltà
si attua questa comprensione? Mediante ciò che Fielding ha chiamato «una rapida
e sagace penetrazione della vera essenza di tutto ciò che costituisce l’oggetto
della nostra contemplazione». Bisogna mettere l’accento sull’aggettivo rapida:
ciò che è proprio del pensiero romanzesco è la rapida intuizione, quasi
furtiva, delle sue verità. Il pensiero romanzesco, a differenza di quello
filosofico, non usa deduzione o induzione e la sua verità non è quella dell’adaequatio
alla realtà. Grazie alla rapidità di
questa forma conoscitiva, «il romanzo conosce l’inconscio prima di
Freud, la lotta di classe prima di Marx, pratica la fenomenologia (la ricerca
dell’essenza delle situazioni umane) prima dei fenomenologi. Che stupende
“descrizioni fenomenologiche” nell’opera di Proust, che non ha conosciuto
nessun fenomenologo!»[24].
Il tentativo –
anche questa è la ragion d’essere del romanzo – di salvare ciò che è
perituro, di «pietà dell’effimero» la definisce Kundera, ha portato il
naturalismo a voler descrivere con sempre più esattezza i particolari
dell’esistenza, senza farsi sfuggire un minuto, una frase. Ma questa aderenza
totale alla realtà è diventata paradossalmente irrealista: come uno zoom che,
nel tentativo di farci conoscere pienamente un particolare, sfoca a tal punto l’oggetto della visione fino a
renderlo irreale, cioè lontano dalla nostra percezione sensoriale della realtà.
La vocazione estrema di restituire la vita così com’è, di identificare il tempo
del racconto con quello della vita, è rappresentata dall’Ulisse di
Joyce, dove per realismo i pensieri non vengono più tradotti nella logica del
discorso ma restituiti nel loro ininterrotto e caotico fluire: un sovrapporsi
di sensazioni, impressioni, idee che rendono la prosa joyciana lontana dalla
nostra idea di realtà (ancora una volta il romanzo ci interroga: che cos’è la
realtà?). E allora? Come restituire il reale? Kundera riferisce di un dialogo
avuto con Gabriel Garcia Marquez (questo maestro assoluto di un irreale
realismo) nel quale lo scrittore colombiano gli disse : «È stato Kafka a farmi capire che si può
scrivere in un altro modo». Questo altro modo significa varcare
la frontiera del verosimile «non per evadere dal mondo reale (come facevano i
romantici), ma per afferrarlo meglio»[25].
Abbiamo così
svelato il volto di colui che finora è stato il convitato di pietra di tutta la
riflessione kunderiana sul romanzo, il punto imprescindibile per comprendere cosa
sia il romanzo gnoseologico: Franz Kafka, colui che «ha aperto un varco nel
muro del verosimile»[26],
squarciando in maniera nuova il sipario delle preinterpretazioni del mondo.
Nessuno prima di lui aveva pensato che per vedere la fisionomia di un uomo
occorresse descrivere uno scarafaggio. Bisogna dare atto a Kundera di
restituire un Kafka fresco, nuovo, differente dalle consuete interpretazioni.
Il Kafka di Kundera è estremamente ironico, non con l’espressione
angosciosamente disperata che solitamente gli viene stampata in faccia. I veri
disperati, dice con irrisione Kundera, sono i kafkologi, che si sono
interrogati senza sosta sula vera colpa dell’imputato Josef K., divenendo i
veri pubblici ministeri. Per Brod, K. è colpevole perché è incapace di amare,
per Goldstücker perché ha lasciato che la sua vita si meccanizzasse, per
Vialette perché ha rotto il fidanzamento. Bisogna ammettere, annota Kundera,
che il processo che la critica letteraria ha fatto del romanzo, non è meno
kafkiano del processo descritto nel libro. La verità che Kafka ha svelato – che
è una verità legata al secolo di cui il romanzo partecipa – è che K. è
colpevole non perché si è macchiato di una colpa, ma perché è stato accusato. È
accusato, quindi è colpevole. Josef K. non si ribella – come vorrebbe l’interpretazione
filmica fatta da Orson Wells – al fatto di essere stato messo sotto accusa; lui
inizia a comportarsi da colpevole, si sente colpevole. Prima che la
psicoanalisi scoprisse i processi oscuri della colpevolizzazione o che la
prassi politica del marxismo parlasse della necessità di fare autocritica,
Kafka ha messo in scena la verità di un accusato che non reclama la sua
innocenza, ma che finisce per mettersi lui stesso alla ricerca della propria
colpa, ripercorrendo tutta la sua esistenza. Kundera, che per ragioni
biografiche ha conosciuto la logica della colpevolizzazione praticata dai
regimi dittatoriali, nei quali le vittime il più delle volte finivano per
identificarsi con la verità dei carnefici, riconosce a Kafka la capacità di
avere compreso la potenza assoluta del Processo; anzi di avere codificato due
parole (tribunale e processo) rivelatesi chiavi per decifrare la Storia del Novecento. Il tribunale
non è una forza che giudica, ma esso giudica proprio in quanto è forza. Ecco
perché K., quando i due intrusi entrano nella sua casa, vi si sottomette
subito: egli capisce che solo chi ha la forza ha il diritto di giudicare. Gli
elementi del giudizio non sono più i valori trascendenti, ma la forza di
accusare. E il processo diviene assoluto
non solo perché non riguarda un singolo atto di un’esistenza, ma
l’esistenza nella sua interezza, ma anche perché travalica l’esistenza
individuale dell’accusato. Lo zio Karl, che va a trovare Josef K., è
preoccupato che il processo a cui è sottoposto il nipote trascinerà nel fango
l’intera famiglia, così come in Unione Sovietica i figli dei disertori o degli
oppositori politici erano privati automaticamente dei diritti più importanti;
il processo a un ebreo è diventato il processo a tutti gli ebrei. Già nelle
pagine di Kafka era chiaro che nel ‘900 il processo non viene più celebrato per
fare giustizia, ma per annientare l’accusato. Lo spirito del processo
non si è esaurito con la scomparsa dei totalitarismi. Finiti questi, sono state
le democrazie euopee a processare artisti, filosofi, poeti: Gide, Heidegger,
Céline, Pound, Majakovskij, Brecht, fino ad arrivare alla repubblica islamica
dell’Iran che condanna Salman Rushdije, il cui caso- come vedremo in
conclusione– è paradigmatico del pericolo che corrono l’Europa e il romanzo. Ciò
che è accaduto con lo spirito del processo – che dalle dittature è traslato
alle democrazie – è accaduto anche con altre forme “totalitarie” quali la
burocratizzazione di ogni aspetto del vivere comune e la violazione della vita
privata. Racconta Kundera che, quando fuggì dalla Cecoslovacchia imbottita di
microfoni, rimase colpito dalla copertina di un settimanale che ritraeva un
cantante che si copriva il viso per sfuggire al codazzo di fotografi appostati
davanti all’ospedale nel quale era in cura per un cancro ormai avanzato.
Comprese che il male da cui voleva sfuggire aveva tristemente esondato le dighe
della cortina di ferro e che lo stalinismo era una delle maschere che ancora
oggi attanaglia la nostra epoca: il tentativo di far scomparire l’individuo. Tutte
queste insidie, si trovano preannunziate nella “enciclopedia del secolo”: «nella Cacania musiliana c’è già tutto: il
regno della tecnica che domina su tutto: il regno della tecnica che domina su
tutti e trasforma l’uomo in cifre statistiche […]; la velocità come valore
supremo del mondo inebriato dalla tecnica; la burocrazia ottusa e onnipresente
(gli uffici di Musil rappresentano in grande l’equivalente di quelli di Kafka);
la comica sterilità delle ideologie ormai inette a capire e a dirigere alcunché
(sono già lontani i tempi gloriosi di Settembrini e Naphta); il giornalismo
erede di ciò che un tempo era chiamato cultura; i “collaborazionisti” della
modernità; la solidarietà con i criminali come espressione mistica della religione
dei diritti dell’uomo (Clarissa e Moosbrugger)»[27].
Il vero
racconta ciò che è successo, l’inverosimile scopre non solo ciò che è successo,
ma il germe ancora presente e pronto a germogliare in nuove forme. Al pari
della storiografia, il romanzo intende combattere la battaglia contro l’oblio.
L’oblio, nella riflessione e nella
letteratura di Kundera, ha un ruolo fondamentale: è l’ombra che inghiotte la Storia e assume il ruolo che una
filosofia ottimista aveva assegnato alla Nemesi. «Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse – scrive Kundera ne Lo
scherzo – ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate»[28].
La Storia è solo
apparentemente un flusso continuo e ininterrotto; in realtà è fatta a macchie:
tra un fascio di luce e l’altro vi sono sterminati territori d’ombra. La nostra
vita è intessuta di oblio. L’arte è una roccaforte della memoria, sottrae al panta
rei della vita frammenti di azioni, visi, parole e li dona ai posteri.
Tuttavia, è esagerato, per Kundera, ritenere che l’arte eternizzi la vita.
Quanti romanzi sono finiti nell’oblio? Quanti poeti, le cui produzioni un tempo
erano studiate a memoria, oggi sono scomparsi dai libri di testo, dalle aule,
dal ricordo di una nazione? Vi sono dei casi in cui «all’assenza di un grande
romanzo non c’è rimedio»[29] scrive
Kundera, perché la memoria che ci serve non è quella data da un libro di
storia, ma è quella del quotidiano, dell’inezia, dell’«anima delle cose». La
memoria dell’umanità è sempre labile e il romanzo è di fronte all’oblio un
castello scarsamente fortificato. Ciò nonostante, il romanziere ha il dovere di
scrivere per l’immortalità, consapevole che nelle sue pagine può offrire
un temporaneo riparo dall’oblio alla sua nazione, al suo popolo. Del resto, la
cifra dell’Europa non è la sua arte, ma l’aver trasformato la sua arte in
storia. In altre parti del mondo, si continua a fare arte come lo si faceva
1000 anni fa, in Europa abbiamo una storia della musica, della letteratura,
dell’architettura, ecc… A che punto di questa storia è arrivato il romanzo e
perché?
Il romanzo,
per Kundera, è nato dal superamento dell’atteggiamento lirico. Kundera cita
Hegel: il contenuto della poesia lirica è il poeta stesso: il lirismo è
l’esternazione di un mondo soggettivo, interiore. Il lirismo è un’epoca della
storia ed è un’epoca della vita di ogni
uomo: «da tempo la giovinezza è per me
l’età lirica, cioè l’età in cui l’individuo, concentrato quasi
esclusivamente su se stesso, è incapace di vedere, di comprendere e di
giudicare lucidamente il mondo che lo circonda»[30].
All’atteggiamento
lirico, Kundera ha dedicato il romanzo La vita è altrove, il cui titolo
originario era proprio L’età lirica. Nella prefazione al romanzo, egli
definisce l’atteggiamento lirico «una potenzialità di ogni essere umano e una
delle categorie dell’esistenza umana»[31]. Il
poeta è un simbolo di identità nazionale (Goethe, Dante, Puŝkin), è un
portavoce delle rivoluzioni (Majakovskij, Lorca) è la voce della storia, è un
essere mitologico a cui si tributa un culto quasi religioso, «ma è soprattutto il rappresentante di un
valore inviolabile che noi siamo pronti a scrivere con l’iniziale maiuscola: la
Poesia»[32].
Il poeta
rappresenta una nazione, il romanziere molto più raramente perché è più
segreto, più ambiguo, si nasconde dietro i suoi personaggi. Il romanziere non
appartiene ad una nazione, ma all’Europa, tutti i romanzi –indipendentemente
dalla lingua in cui sono scritti, appartengono all’Europa intera, perché nati
dal suo spirito.
Cosa è
accaduto al poeta europeo nell’ultimo mezzo secolo? Si chiede Kundera. La sua
voce oggi stenta ad arrivare alle nostre orecchie e il suo silenzio – se non
addirittura la sua scomparsa, non che non ci siano più poeti e che non hanno
più un ruolo pubblico – è uno dei sintomi della pericolosa epoca di transizione
vissuta dall’Europa. Per una cattiva ironia della storia, l’ultima volta che i
poeti hanno rivestito un ruolo pubblico è stato nelle rivoluzioni comuniste
dell’Europa centrale, nel secondo dopoguerra e Kundera dichiara che «più che dal Terrore, fui traumatizzato
dalla liricizzazione del Terrore». Per venirne fuori, l’europeo ha avuto
bisogno dello sguardo lucido e disincantato, tipico del romanzo, che è arte
della non-identificazione. Nell’epoca incapace di poesia, in cui viviamo, il
lirismo è divenuto Kitsch, che è «l’impudica esibizione di un cuore
sempre turbato» e rappresenta «il male estetico supremo»[33]. Sono
stati gli intellettuali della finis Austriae a lottare prima degli altri
contro il dilagare del Kitsch: Loos, Kraus, Hoffmanstahl, Wittgenstein e
ovviamente Musil che ancora ne L’uomo senza qualità ha rappresentato –
nelle figure di Clarisse e Walter – il lirismo deteriore che agita le anime del
‘900. La trasformazione del lirismo in Kitsch è legato non solo al
deterioramento della sensibilità europea, ma ad una duplice fine: quella
dell’epica e quella del tragico. Kundera usa ampiamente la riflessione estetica
di Hegel, quando scrive che l’arte epica si fonda sull’azione e che ha potuto
manifestarsi nel mondo greco; Hegel ha contrapposto al mondo arcaico la società
del suo tempo, organizzata in una struttura statale, garantita da leggi e
gestita da amministratori, ministri, polizia. In tale società – pensiamo ancor
più nella nostra – il comportamento dell’individuo si infrange il più delle
volte su volontà anonime esterne. Questo non è il mondo dell’epopea, ma è il
mondo del romanzo. L’Odissea del mondo contemporaneo è quella del
quotidiano di Joyce, e l’Iliade è Il Castello di Kafka, in cui un
antieroe ha non eroi o semidei per nemici, ma funzionari, sindaci, subalterni.
Non è un caso, ovviamente, che il romanzo col Chisciotte nasca dalla
presa in giro dell’epica cavalleresca e che converti il tragico in comico.
Ancora Hegel torna nelle riflessioni di Kundera riguardo il tragico: egli
ricorda le meditazioni hegeliane sull’Antigone. Il tragico è ciò che
libera i conflitti umani dalla manichea contrapposizione fra bene e male e
svela la relatività delle verità umane, che implica la giustizia del nemico, la
dignità della sua battaglia. Hegel, riflettendo sull’Antigone ci ha
insegnato che il tragico nasce quando il giudizio si sospende per impossibilità
di scegliere fra Creonte e Antigone. Nell’era del Processo che viviamo,
il tragico è ovviamente scomparso. Le sofferenze dei vinti non trovano posto
nelle pagine dei vincitori, le loro storie vengono fatte scivolare nell’oblio.
Non così nel romanzo. Kundera cita le bellissime pagine di Per chi suona la
campana, nelle quali Hemingway racconta il giorno in cui i repubblicani
(per i quali egli simpatizza e per i quali i suoi personaggi hanno combattuto)
conquistano una città che era in mano ai fascisti e, senza processo, fucilano
una ventina di persone, accusati di essere collusi col partito fascista. Coloro
che li uccidono sono restii a riconoscere nelle persone da fucilare degli
uomini di cui conoscono bene il nome e il cognome – la città è una piccola
cittadina – la storia umana, le traversie; vedono in quel momento di sangue il
luogo in cui salire sul palcoscenico della Storia. Poche volte abbiamo letto una
compassionevole pietà, un dolore autentico – quale quello di Hemingway -
espresso nei confronti di chi comunque rimane un nemico, con le sue colpe. Ma
il romanzo non giudica, non processa: comprende solo l’umanità di ogni singolo
uomo.
L’età che
viviamo è davvero segnata dall’epitaffio che Kundera fa mettere sulla tomba di
Jaromil, il poeta protagonista de La vita è altrove, Qui riposa il
poeta…? La poesia, come abbiamo detto, appartiene per Kundera ad un’età
immatura – ovviamente non vi è nulla di dispregiativo in tale termine – nella
quale «persiste ancora a lungo la
nostalgia per la sicurezza e l’unità dell’universo che lui riempiva da solo
dentro il corpo della madre, e resta anche l’angoscia (o la rabbia) verso il
mondo adulto della relatività, in cui egli si perde come una goccia in un mare
di alterità. Per questo i giovani sono monisti appassionati, messaggeri
dell’assoluto, per questo il poeta lirico ordisce l’universo privato dei versi;
per questo il giovane rivoluzionario vuole un mondo totalmente nuovo, fatto di
un unico pensiero chiaro; per questo i giovani non tollerano i compromessi, né
in amore né in politica»[34].
Quello del
romanzo, invece, è un mondo adulto, un mondo «che sa bene che l’assoluto è solo un inganno, che niente di umano è
grande o eterno»[35].
Come reagisce il romanzo al disincantamento del mondo? Con il riso.
Rabelais ha coniato una parola, agelasti, per indicare coloro che non
sanno ridere. Gli agelasti sono coloro che vedono in ogni scherzo un
sacrilegio; e a ragione, dice Kundera. Ogni scherzo è sacrilego perché c’è
un’assoluta incompatibilità tra il comico e il sacro. Ovviamente vi sono anche
gli agelasti laici che considerano sacri valori quali la maternità,
l’amore, il patriottismo, la dignità umana, e sui quali quindi è vietato
ridere. È proprio l’esistenza degli agelasti, scrive Kundera, a
conferire «al comico la pienezza della
sua dimensione, ne mostra il carattere di sfida, di rischio, ne svela l’essenza
drammatica»[36].
Il riso del
romanzo non è satirico: la satira ride degli altri perché certa dell’altrui
verità, il romanzo ride di chiunque presuma di detenere la verità, ride perché
d’improvviso si rivela l’ambiguità e l’indecifrabilità del mondo, perché le
cose non sono ciò che sembrano, perché l’uomo non è colui che crede di essere. Gli
agelasti sono più che mai attivi ai nostri giorni e la condanna a morte che
pende su Salman Rushdie è l’emblema, per Kundera, di una rivolta contro lo
spirito del romanzo, ossia contro il tipo di saggezza che esso rappresenta. Le
prese di posizioni di politici e intellettuali in favore di Rushdie sono,
secondo Kundera, del tutto inadeguate; si è tanto parlato della libertà di
parola, della legittimità di deridere o meno principi religiosi, ma nessuno ha
parlato del romanzo I versi satanici,
in quanto opera d’arte. Esso è stato trattato come un pamphlet, un’eresia religiosa. Rabelais aveva trovato Francesco I a
difenderlo e non in nome di principi religiosi o politici, ma solo in nome
della letteratura. Oggi l’Europa ha dimostrato di non avere più alcun Francesco
I. Si corre il rischio di assistere alla morte del romanzo? Kundera scrive che
lui ha già vissuto una morte del romanzo, ad opera di proibizioni, censure,
pressioni ideologiche nei paesi che gravitavano intorno all’Unione Sovietica.
Proprio la patria di Tolstoj, Dostoevskji, Cechov, ha sperimentato la fine del
romanzo, che non è la sua scomparsa, ma la ripetizione di formule vuote: «adesso sappiamo come muore il romanzo: non scompare, ma la sua storia si arresta, e
dopo non rimane altro che il tempo della ripetizione, in cui il romanzo
riproduce la sua forma svuotata del suo spirito. La sua dunque è una morte
dissimulata, di cui nessuno si accorge e che non scandalizza nessuno»[37].
La società
attuale è una società della riduzione:
«la vita dell’uomo è ridotta alla sua
funzione sociale; la storia di un popolo a pochi avvenimenti, a loro volta
ridotti a un’interpretazione tendenziosa; la vita sociale è ridotta alla lotta
politica. […] L’uomo è preso in un vero e proprio turbine di riduzione, nel quale il “mondo della vita” di cui
parlava Husserl fatalmente si offusca e l’essere cade nell’oblio. Ora, se la
ragion d’essere del romanzo è di tenere il “mondo della vita” sotto una luce
perpetua e di proteggerci contro “l’oblio dell’essere”, l’esistenza del romanzo
non è oggi più necessaria che mai?»[38].
Lo spirito del romanzo, prosegue Kundera ne L’arte del romanzo, «è lo spirito della complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “le cose
sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo,
sempre meno udibile, però nel frastuono delle risposte semplici e rapide che
precedono la domanda e la escludono […] Lo spirito del romanzo è lo spirito di
continuità: ogni opera è la risposta alle opere che l’hanno preceduta, ogni
opera contiene tutta l’esperienza anteriore del romanzo. Ma lo spirito del
nostro tempo è concentrato sull’attualità, che è così espansiva, così ampia, da
escludere il passato dal nostro orizzonte e ridurre il tempo al solo attimo
presente»[39].
Pensare alla
fine dell’eredità di Cervantes significa, quindi, pensare a qualcosa di molto
più grave di una sostituzione nella storia delle forme letterarie:
significherebbe la fine dell’Europa spirituale. Il romanzo, in quanto fondato
sulla relatività e l’ambiguità delle umane cose è incompatibile con l’universo
totalitario. L’invito di Kundera è di lottare, in quanto europei, contro l’idea
di Verità totalitaria e unica, di credere ancora che l’Europa moderna non sia
nata solamente col gesto eroico di Cartesio che pose a fondamento di tutto l’io pensante, ma anche con quel Don
Chisciotte che uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo come
Unità: «intendere, come fa Cervantes, il
mondo come ambiguità, dover affrontare, invece che una sola verità assoluta,
una quantità di verità relative che si contraddicono (verità incarnate in una
serie di io immaginari che si
chiamano personaggi), possedere dunque come sola certezza la saggezza dell’incertezza, richiede una
forza altrettanto grande»[40].
È proprio
questa saggezza dell’incertezza che rende il romanzo, oggi, difficile da
accettare e da capire perché l’uomo sogna un mondo in cui il bene e il male
siano nettamente distinguibili. La saggezza
dell’incertezza, ossia uno spazio nel quale il giudizio è sospeso a favore
della comprensione e la riduzione è abbandonata a favore della complessità, è
per Kundera uno spazio sì immaginario ma che assume l’immagine dell’Europa «o almeno, il nostro sogno dell’Europa,
sogno tante volte tradito e tuttavia abbastanza forte da unirci tutti in una fraternità che va ben oltre i
confini del nostro piccolo continente».
La riflessione
di Kundera, le sue incertezze riguardo la sorte dell’arte del romanzo,
rispecchiano che anche l’intellettuale, anche colui che tenta di decifrare il
proprio tempo, è soggetto al temibile non-sapere, a vivere nella nebbia.
[1]
M. Kundera, Il sipario, tr. di M. Rizzante, Adelphi, Milano 2004, p.
104.
[2]
M. Kundera, I testamenti traditi, tr. di E. Marchi, Adelphi, Milano1994,
p. 135,
[3]
Ivi, p. 15.
[4]
Ivi, p. 41.
[5]
Ibidem.
[6]
M. Kundera, Il sipario, cit., p. 104.
[7]
Ivi, p. 81.
[8]
Ivi, pp. 80-81.
[9]
Ivi, p. 179.
[10]
M. Kundera, I testamenti traditi, cit., p. 164.
[11]
M. Kundera, Il sipario, cit., p. 131.
[12]
M. Kundera, I testamenti traditi, cit., pp.20-21.
[13] Ivi, p.
21. Per uno studio sulla metamorfosi del concetto di identità e sulla sua
complessificazione, si legga E. Morin, Il
metodo 5. L’identità umana, tr. di S. Lazzari, Raffaello Cortina Editore,
Milano 2002.
[14] R. Musil, L’uomo senza qualità, tr. di A. Rho,
Einaudi, Torino 1972, p.
[15]
M. Kundera, I testamenti traditi, cit., p. 167.
[16]
Ivi, p. 169.
[17]
Ivi, p. 238.
[18]
M. Kundera, Lo scherzo, tr. di G. Dierna, Adelphi, Milano 1986. p. 325.
[19]
M. Kundera, L’arte del romanzo, tr.
di E. Marchi, Adelphi, Milano 1988, p. 17.
[20]
Ivi, p. 49.
[21]
M. Kundera, Il sipario, cit., p. 83.
[22]
M. Kundera, I testamenti traditi, cit., p. 17.
[23]
M. Kundera, Il sipario, cit., p. 22.
[24]
M. Kundera, L’arte del romanzo, cit.,
p. 54.
[25]
M. Kundera, I testamenti traditi, cit., p. 60.
[26]
Ibidem.
[27]Ivi,
p. 170.
[28]
M. Kundera, Lo scherzo, cit., p. 351.
[29]
M. Kundera, Il sipario, cit., p. 171.
[30]
Ivi, p. 100.
[31]
M. Kundera, La vita è altrove, tr. di S. Vitale, Adelphi, Milano 1987,
p. 7.
[32]
Ivi, p. 8.
[33]
M. Kundera, Il sipario, cit., p. 63.
[34]
M. Kundera, La vita è altrove, cit., p. 253.
[35]
Ivi, p. 254.
[36]
M. Kundera, Il sipario, cit., p. 120.
[37]
M. Kundera, L’arte del romanzo, cit.,
p. 31.
[38]
Ivi, pp. 34-35.
[39]
Ivi, p. 36.
[40]
Ivi, p. 20.

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